Gli insetti

scritto da innuendi
Scritto Ieri • Pubblicato 15 ore fa • Revisionato 15 ore fa
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Autore del testo innuendi

Testo: Gli insetti
di innuendi

Loris uscì dal portone di casa, come ogni mattina, sotto un cielo sporco e umido.

Palermo, novembre. Grigia.

Come il fondo del suo animo.

Si fermò.

Un insetto stava immobile sul pavimento dell’androne, proprio davanti a lui.

Lo guardò.

Senza fretta ruotò la punta della scarpa sul corpo molle.

Scricchiolò.

Pulì la suola sullo zerbino ruvido.

Pensò che una macchia marrone gli colorava la giornata.

Da ragazzino gli piaceva fare cose del genere. Strappare un’ala alle mosche. Togliere le zampe a un ragno e guardarlo trascinarsi a vuoto.

Decidere chi cammina e chi crepa.

A Loris bastava quello.

Il portinaio fece un mezzo cenno con la testa.

Loris tirò dritto.

Non per rabbia.

Semplicemente, quell’uomo non esisteva.

Un’ombra tra le tante.

Si incamminò sul marciapiede, schivando le pozze d’olio delle auto e i sacchetti dell’immondizia. Clacson, scarichi, voci. Gente che correva per arrivare da qualche parte che, con ogni probabilità, non meritava tutta quella fretta.

Tirò fuori il portafogli.

Aprì la tasca interna e controllò il tagliando della tintoria.

Data di consegna: venerdì 27 novembre.

Oggi.

Sorrise.

Aveva una memoria esatta. Quasi fastidiosa.

La memoria è una corda al collo di chi sbaglia.

Poi scese dal marciapiede.

Non sentì il motore.

Sentì una lamiera fredda prenderlo sul fianco.

L’aria gli scappò dai polmoni e il mondo girò per qualche secondo.

Volò per un paio di metri.

Atterrò sull’asfalto bagnato.

Rimase fermo.

La testa era lucida. Il dolore, una fitta sorda al bacino.

Niente di rotto.

Una frenata tardiva.

Poi una portiera sbattuta.

«Dio mio… non l’ho visto… è sbucato all’improvviso…»

Loris socchiuse gli occhi.

Gemette.

Non troppo.

«Niente ambulanza…» rantolò. «Aiutatemi solo… ad alzarmi.»

La donna si chinò.

Lo prese sotto le ascelle con una premura goffa. Tremava.

Loris la guardò.

Bassa. Cappotto sformato color fango. Capelli scuri legati male. Scarpe consumate sul tacco.

La faccia di chi chiede scusa anche quando respira.

«Ha idea che poteva ammazzarmi?» disse.

La donna impallidì.

«Mi dispiace… la prego, andiamo al pronto soccorso. Pago tutto io.»

«E a casa chi mi porta? Chi mi fa le scale?»

«Dove abita?»

«Non posso nemmeno andare a ritirare la mia roba. Guardi come sono ridotto.»

La donna si morse il labbro.

«Faccio io.»

Loris la fissò.

«Come?»

«Le porto la roba. Le faccio la spesa. Quello che serve.»

Per un istante non disse niente.

Poi le allungò il tagliando della tintoria.

«Via dei…»

Le diede l’indirizzo.

Poi le chiavi del portone.

La donna le prese.

Le dita le tremavano ancora.

Loris si rimise in piedi e si allontanò zoppicando.

Questa volta non era necessario fingere.

La vide rimanere lì, immobile, con le chiavi in mano.

Un moscone entrato da solo nella ragnatela.

 

Si chiamava Tecla.

La prima sera arrivò con il pacco dei vestiti e due buste della spesa.

Posò tutto sul tavolo.

«Cosa posso fare ancora?»

Loris la guardò.

«Il sabato pulisco a fondo. Per un mese non potrò piegarmi.»

Tecla annuì.

«Va bene.»

E lo fece.

Per tre settimane arrivò sempre alla stessa ora.

Puliva.

Spazzava.

Cucinava.

Non faceva domande.

Loris la osservava dalla poltrona.

Una volta le disse che aveva dimenticato la polvere sopra una mensola.

Tecla prese lo straccio e tornò indietro.

Un’altra volta le fece rifare la cena perché la pasta era troppo cotta.

Lei la rifecce.

Non protestava mai.

Una sera Loris la fermò prima che uscisse.

«Metti due piatti.»

Tecla si voltò.

«Ceni qui?»

«Sì.»

Mentre lei serviva il brodo, Loris cominciò a fare domande.

«Sposata?»

«No.»

«Mai?»

«Mai.»

«Genitori?»

«Morti.»

«Qualcuno che ti aspetta a casa?»

Tecla sollevò appena gli occhi.

«No.»

Loris mangiò lentamente.

Poi appoggiò il cucchiaio.

«Meglio così.»

Lei non rispose.

Lui la guardò ancora.

La casa era grande.

Il silenzio, ultimamente, aveva cominciato a fare rumore.

«Ci sposiamo il mese prossimo.»

Tecla rimase ferma.

Nessuna sorpresa.

Nessuna felicità.

Solo quel viso immobile.

«Va bene, Loris.»

 

Il matrimonio fu una formalità.

Comune.

Un martedì mattina.

Due impiegati presi dal corridoio a fare da testimoni.

Niente fiori.

Niente fotografie.

Niente famiglia.

Quando tornarono a casa, Tecla si tolse il cappotto e lo appese dietro la porta.

Loris la guardò.

«Stasera non cucinare troppo.»

Lei si voltò.

«Va bene.»

Quella fu l’ultima volta che Tecla gli disse va bene con quella voce.

 

La sera Loris entrò in camera da letto convinto di trovare la solita figura impacciata.

Tecla era già lì.

Seduta sulla sponda del materasso.

Spogliata.

La luce nuda della lampada le batteva addosso.

Loris si fermò sulla porta.

Il corpo che aveva immaginato fragile non lo era affatto.

Era largo, pesante, solido.

Due seni gonfi.

Gambe piene.

Una carne senza vergogna.

Tecla lo guardò.

Non abbassò gli occhi.

«Chiudi quella porta.»

La voce non tremava.

Loris esitò.

Poi chiuse.

Quella notte non ci fu la donna che aveva immaginato.

Fu Tecla a prenderlo.

A tirarlo verso di sé.

A serrarlo con una forza che lui non si aspettava.

Loris provò a spostarsi.

Non ci riuscì.

Per la prima volta da molto tempo qualcuno gli mise addosso un peso che non aveva scelto.

Quando finì, Tecla gli voltò le spalle.

Tirò le coperte fino al collo.

Loris rimase a fissare il soffitto.

Aveva un sapore di ruggine in bocca.

 

Da quel momento qualcosa cambiò.

Non tutto insieme.

Prima i piatti.

Rimanevano nel lavello per un giorno.

Poi due.

La cena arrivava tiepida.

A volte scotta.

A volte senza pane.

Tecla non chiedeva più se mancasse qualcosa.

Poi sparirono i suoi soprammobili.

Le vecchie fotografie di famiglia finirono in uno scatolone.

Al loro posto comparvero centrini sfilacciati, vasi di vetro, piccoli oggetti che Loris non ricordava di aver mai visto.

«Togli quella roba.»

Tecla continuava a passare lo straccio.

«Hai sentito?»

«Sì.»

«E allora?»

«Sto pulendo.»

Loris la fissò.

Lei gli sorrise appena.

Non era un sorriso gentile.

Era qualcosa di più piccolo.

E peggiore.

Cominciò a spostare le sue cose.

Prima i libri.

Poi le camicie.

Poi i documenti.

Loris protestava.

Tecla non rispondeva.

Una mattina trovò le proprie chiavi in un cassetto diverso.

«Chi le ha messe qui?»

«Io.»

«Perché?»

«Mi davano fastidio.»

«Le mie chiavi ti davano fastidio?»

Tecla fece spallucce.

Loris sentì la rabbia salire lentamente.

Non era abituato a dover chiedere.

Era abituato a decidere.

 

La domenica trovò il cassetto dei documenti nell’armadio del ripostiglio.

Lo aprì.

Carte, certificati, vecchie ricevute.

Tutto mescolato.

«Tecla.»

Nessuna risposta.

La trovò in corridoio.

«Che diavolo significa questo?»

Lei aveva il grembiule stretto sui fianchi.

Le braccia conserte.

«Cosa?»

«Questa è casa mia.»

Tecla lo guardò.

A lungo.

Poi disse:

«Casa tua?»

Loris fece un passo verso di lei.

«Non scherzare con me.»

«Tu non sei capace nemmeno di allacciarti le scarpe senza lamentarti della schiena.»

Loris rimase fermo.

«Sei un vecchio storpio.»

Tecla inclinò appena la testa.

«E cattivo.»

Silenzio.

Poi sorrise.

«Sei solo uno scarafaggio che fa rumore sul pavimento.»

Loris sentì qualcosa scattare dietro la nuca.

Lo stomaco gli si chiuse.

Uno scarafaggio.

La parola gli rimase dentro.

Guardò Tecla.

Per la prima volta la vide davvero.

Non la donna dell’incidente.

Non la serva.

Non la moglie.

Una cosa che aveva lasciato entrare in casa propria.

Tecla gli voltò le spalle.

Attraversò il corridoio.

Andò verso la lavanderia, sul balcone interno.

Quello che dava sulla chiostrina.

Un pozzo di cemento stretto tra quattro muri.

Quattro piani.

Tubi di scarico.

Bidoni vuoti.

Nessuno si affacciava mai.

Tecla prese un lenzuolo dal cesto.

Lo scosse.

Poi si sporse verso i fili.

Loris rimase fermo qualche secondo.

La guardò.

Non disse niente.

Fece un passo.

Poi un altro.

Le fu dietro.

Tecla non si voltò.

Loris le afferrò le caviglie.

Uno strattone.

Secco.

Il corpo scivolò oltre il parapetto.

Un cigolio.

Il cesto dei panni cadde a terra.

Tecla cercò qualcosa da afferrare.

Non trovò niente.

Scomparve.

Il rumore arrivò dopo.

Molle.

Breve.

Un sacco bagnato contro il cemento.

Poi il silenzio.

Loris rimase immobile.

Non si affacciò.

Rientrò in cucina.

Si lavò le mani.

Controllò il rubinetto.

Lo chiuse meglio.

Poi prese le chiavi del portoncino di servizio.

Scese le scale interne.

Un gradino alla volta.

La porta di ferro era arrugginita.

La aprì.

La chiostrina era più buia di quanto ricordasse.

Tecla era a terra.

Piegata contro il cemento.

Le gambe in una posizione impossibile.

Respirava.

A fatica.

Una bolla scura le si formava sulle labbra a ogni respiro.

I suoi occhi trovarono quelli di Loris.

Lui si avvicinò.

Lentamente.

Tecla provò a parlare.

Non uscì niente.

Loris guardò il volto di quella donna.

Poi abbassò gli occhi sulla propria scarpa.

Sollevò la gamba destra.

La punta della scarpa raggiunse la tempia.

Spinse.

Ruotò la suola.

Con tutto il peso del corpo.

Scricchiolò.

Loris rimase qualche secondo ad ascoltare.

Poi si pulì il cuoio contro il bordo del gradino.

Risalì.

Prese il telefono.

Compose il numero dei soccorsi.

Quando sentì rispondere, la sua voce era già cambiata.

«Aiuto… mia moglie è caduta.»

Una pausa.

Poi un singhiozzo.

Perfetto.

Quasi credibile.

Quasi.-

 G.L. 2022

Gli insetti testo di innuendi
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